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Archivio mensile:maggio 2012

Ero solo e seduto. La mia storia
appoggiavo a una chiesa senza nome.
Qualche figura entrò senza rumore,
senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia
non raccontate mai con precisione.
In me si fabbricò tutto il meriggio
intorno ad una storia senza nome.

*

Con il cielo coperto e con l’aria monotona
grassa di assenti rumori lontani
nella mia età di mezzo (né giovane né vecchia)
nella stagione incerta, nell’ora più chiara
cosa venivo io a fare con voi sassi e barattoli vuoti?
L’amore era lontano o era in ogni cosa?

La notte del venerdì, Pisa pullula di gente, ma l’Arno scorre sempre cheto, baluginante del riverbero dei lampioni.

Abbiamo scelto queste due poesie di Sandro Penna per corrispondenze e riconoscimento.

Il poeta che, con il suo verso musicale e sobrio, ci ha raccontato le diverse età e lo struggimento di ognuna per se stessa e rispetto alle altre. Perché ognuno di noi ha un’età e altre a cui non appartiene più o non appartiene ancora. Un numero che ci definisce, ma in verità non può farlo.

Come ogni parola e sentimento o pensiero che con essa definiamo: le parole esprimono ma non limitano, declinano ma non assolutizzano: siamo noi che spesso finiamo per farlo, imprigionandoci.

Ma la stagione è incerta e la storia è senza nome.

Via San Martino, Corso Italia, Via San Lorenzino, Pisa (Italia)

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Calle del perdon, Venezia (Italia)

 
 

Devi saperti immergere, devi imparare,

un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,

non desistere, andartene non puoi

quando è mancata all’ora la sua luce.

Durare, aspettare, ora giú a fondo,

ora sommerso ed ora ammutolito,

strana legge, non sono faville,

non soltanto – guardati attorno:

la natura vuol fare le sue ciliegie,

anche con pochi bocci in aprile

le sue merci di frutta le conserva

tacitamente fino agli anni buoni.

Nessuno sa dove si nutron le gemme,

nessuno sa se mai la corolla fiorisca –

durare, aspettare, concedersi,

oscurarsi, invecchiare, aprèslude.

 
 

Aprèslude, congedo, è la parola che dà il titolo e insieme chiude la raccolta di versi che cala il sipario sulla produzione del poeta Gottfried Benn. Si tratta di un’opera che si compone a seguito di uno sguardo da “vecchio” sulle cose, sguardo che è risolutivo, provocatorio, ma soprattutto teso verso la semplificazione, che è caratteristica di una saggezza asciutta, mai messianica. Benn si tiene lontano dalla metafisica (come in tutta la sua poesia), prende in mano le cose, le separa verbalizzandole, fa una ricognizione: immerge la mano nella nullificazione e nell’incontrovertibilità dell’esistenza e non pesca né dèi, né insegnamenti e soluzioni di tipo storicistico. Pesca parole, la sua lingua è il suo pensiero, egli ha perseguito nella poesia “un’opera umana”. Senza nessuna indulgenza senile, composto in una nostalgia oggettiva, tira le somme, chiude la partita.

“La durezza è il dono più grande per l’artista, durezza contro se stessi e contro la propria opera.”

Due mesi d’assenza. Tanto tempo. Possiamo incolpare le grandi nevicate, gli impegni privati battenti, ma ora siamo tornati. Ripartiamo da Venezia, dove un’instancabile ed entusiasta pecora lagunare è andata a lasciare  le parole di T.S. Eliot, Dino Campana, Ingeborg Bachmann e Amelia Rosselli, parlando con muri, lampioni e ponti. Venezia si è lasciata toccare, sia la Venezia esuberante e smargiassa che quella silenziosa e un po’ labirintica dei quartieri esterni al flusso emorragico dei visitatori.

Una citta perfetta per Pecore “maltesi” che sommessamente, coperte dalla nebbia che sale dall’acqua di sera, giocano le carte della parola.

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