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Archivio mensile:dicembre 2011

“(…) There are other places
Which also are the world’s end, some at the sea jaws,
Or over a dark lake, in a desert or a city—
But this is the nearest, in place and time,
Now and in England.(…)

da Little Gidding (Four Quartets)

Earl’s Road, London (UK)

Hyde Park Corner, London (UK)

Hobart Place, London (UK)

Roehampton University, London (UK)

Strano ma vero, a Londra c’era il sole e un’aria mite. Il caro Wladimir Koeppen per una volta dovrà ricredersi. E’ molto difficile in questa città “parlare coi muri”: la colla non funziona sulle vernici anti-affissione. Ma c’è sempre un’alternativa, una strada secondaria che ci porterà nello stesso luogo di quella maestra…

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Piazza Martiri della Libertà, Teramo (Italia)

Piazza Dante, Teramo (Italia)

Largo del Proconsole, Teramo (Italia)

Via Duca degli Abruzzi, Teramo (Italia)

E’ una notte particolarmente gelida sotto il Gran Sasso. Le Pecore del gruppo si spostano lente, con le mani gelate, i cappelli calcati in testa. Non c’è quasi nessuno in giro. Un albero di natale sbilenco ottenuto addobbando l’alberello di un’aiuola pubblica con fili colorati, bottiglie vuote, cicche di sigarette e un carillon che manda musica campeggia in Piazza Martiri della Libertà: è l’albero di Cianciùlo, uno dei “diversamente sani” della città. Il cielo è sereno, la temperatura molto bassa, non c’è vento, il manto stradale appena fuori dalle mura inizia a ghiacciare. Da qui siamo partiti e qui torniamo, di tanto in tanto. Exploration…

(…) We shall not cease from exploration

And the end of all our exploring

Will be to arrive where we started

And know the place for the first  time.

T.S. Eliot

((…)Non dovremmo smettere di esplorare/ E alla fine delle nostre esplorazioni/ Arriveremo là donde partimmo/ Come a un luogo sconosciuto.)

Gli ultimi versi dei Four Quartets di T.S.Eliot. percorrono l’ultimo tratto di coda dell’uroboro, per tornare nella sua bocca. L’uroboro, il serpente simbolo dell’infinito e dell’eterno ritornare delle cose non è più o non è soltanto, in questo poema, l’immagine del tempo e della Storia come entità superiori, non è l’emblema della natura, al di là del bene del male, intesa come sistema dell’universo. T.S.Eliot sceglie il verbo modale shall e non è un caso. E’ un verbo inglese tipico del dare suggerimenti o dell’imperativo cortese. Si usa solo con la prima persona singolare e plurale. Dunque è un verbo dell’io o del noi, un verbo che comprende chi parla, un verbo di azione condivisa. Di fatto, i Quattro quartetti sono un discorso rivolto a qualcuno. Egli ha attraversato paesi, boschi, città, spazi siderali, visioni, guerre, piogge d’Inghilterra, relazioni umane, il Nulla, il Tutto, ha raccontato. E’ arrivato qui, alla fine del viaggio, dell’esplorazione e cosa fa? Invita a ricominciare ad esplorare e vedere quel che abbiamo già conosciuto come fosse la prima volta.

Forse è vero che non dovrebbero esistere le seconde volte.

Oppure è vero che la seconda volta sarebbe di nuovo una prima volta se noi fossimo già diversi.

Abbiamo iniziato col serpente, finiamo col serpente. I serpenti cambiano pelle e quando lo fanno abbandonano quella vecchia. Ne avete mai vista una sul bordo di una strada di campagna in mezzo ai rovi? Aguzzate lo sguardo. Leggete quest’opera di Eliot.

E la parola che si mette  a fuoco sembra essere: trasformazione.

Piazza Galvani, Bologna (Italia)

Via Val d’Aposa, Bologna (Italia)

Via Farini, Bologna (Italia)

Via de’ Chiari, Bologna (Italia)

Vicolo Monticelli, Bologna (Italia)

Per la quinta notte, le Pecore calcano le strade bolognesi. Dopo il vento di Scirocco e la pioggia, la temperatura ha perso un po’ della sua rigidità. E’ sabato sera, ci sono calche di gente solo davanti ai locali, soprattutto davanti ai più brutti. Strade e piazzette sono quasi del tutto vuote, giallissime.

(Un)premeditated Art,  scriveva P.B.Shelley

Via dei Castagnoli, Bologna (Italia)

Via Mentana, Bologna (Italia)

Vicolo Luretta, Bologna (Italia)

Non fa neppure freddo in questa notte di dicembre, ci accompagnano i caffè notturni, i visi olivastri di uomini raccolti a fumare e parlare, le voci dei distributori che chiedono di inserire tessere, le auto, gli sguardi degli incuriositi, il sonno d’altri nelle case. Il mattino vi accoglierà con questi versi.

Il suono trovato

 

Trovato il suono

cosa più, il suono

poi la barriera del suono

che non vale

il muro del suono

lì è così remoto

remoto, che nulla

vi giunge, nessun volo

che lo infranga

al muro del suono

un lamento di

un corpo, che

ferito e vecchio

con la sua razione

 

Una razione

di ragione, una razione

di felicità, questo, per lo più,

basta, una razione

 

Ingeborg Bachmann

 

Nella raccolta Non conosco mondo migliore , a cui appartiene questa poesia, le parole sono macerie. Guerra e poi guerra, un paese da ricostruire, una lingua da ricostruire. Le poesie della Bachmann ruotano tutte intorno all’impossibilità di dire: raccontare, chiarire, descrivere, chiedere. Il campo semantico a cui le parole di questi versi attingono è bellico, è quello di un  assedio: muro, suono, lamento, corpo, ferito e poi quella “razione” ripetuta tre volte. Il luogo sotto assedio è intorno ma siamo anche noi, quando non riusciamo a dire, la nostra barriera del suono che non riesce ad essere superata o rotta da un volo o da un lamento, dove il volo sta forse per il sogno e il lamento per il bi-sogno. Chiediamo dunque una razione, che è contemporaneamente una concessione, un adattamento, ma anche una quantità necessaria alla sopravvivenza. Poco alla volta, a forza di pezzetti di ragione e di felicità, si torna forse alla parola, all’essere, se, come scriveva Wittgenstein, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti di noi stessi.

Questo paese, a questo punto della Storia, senza carrarmati o scoppi, non è ugualmente sotto assedio? Abbiamo una lingua comune? Abbiamo una lingua? La voce arriva?