Ho venti giorni

Ho venti giorni
per fare una rivoluzione: ho
altri venti giorni dopo la rivoluzione
per conoscermi
mio piccolo diario sentenzioso.

Tana per
le fresche menti
le parole,
un pugno
chiuso che le garantisce
la mia più imbattibile ragione d’essere.

Il nemico le strappa le vesti
la felicità è un micro-organismo nell’interno
dell’infelicità

nel cimitero
non sa smettere di essere felice.

Amelia Rosselli (da Documento 1966-1973)

Le prime parole ai muri e dai muri sono quelle di Amelia Rosselli, dalla sua raccolta Documento, una raccolta piena di domande, tentativi di risposta, affermazioni tremanti dell’io, richieste, preghiere imprecanti, indagine ora sottile e leggera ora tremenda, bruciante. C’è un  tu che ricorre spesso in questa raccolta, un indirizzare la propria voce ad un altro. Della Rosselli spesso è stato detto che scrivesse poesie d’amore e lei ancora più spesso ha negato. Non che l’amore non valga o non conti abbastanza per essere detto, anzi l’amore rappresenta un innesco molto potente in poesia, ma il tu della Rosselli ben presto si scioglie nell’universale, nel voi, nel tu sprofondato e diluito nel tempo lungo e ciclico della Storia. La Rosselli allora parla a tutti e per tutti, scegliendo parole talvolta piane ma più spesso spigolose, accostandole in una sintassi quasi intricata, che suona come un canone inverso. Anche l’io perde centralità nei versi di Amelia: pur essendo un io che scandaglia, si legge e si esprime fin nei meandri della solitudine, dell’abbandono, della nevrosi e della disperazione, si trasforma in un momento nell’io-lettore, io-tu, io-mondo ed è così che ogni parola dà la sensazione del sale su un graffio, si sente l’effetto, si comprendono oppure solo si percepiscono il senso e il rimando, ma comunque ogni parola tende a rimanere e finanche a vivificarsi, invece che smorzarsi, nel trascorrere del tempo, pur lontana dalla lirica da cui proviene, dal libro, dall’occhio che legge.
Queste parole abbiamo scelto per questo primo luogo, per i nostri primi muri. La rivoluzione -per antonomasia azione riferita ad una moltitudine- accostata all’idea di un diario, quanto di più vicino all’intimo, all’individuo che narra se stesso, ma un diario anche “sentenzioso”, che giudica. Ogni vita individuale è il primo atto di rivoluzione e ognuno è il primo giudice di sé. Di supporto ci sono quelle “parole” che sono “tana per le fresche menti”, un rifugio, un luogo. Perché le parole sono il nostro primo esserci e insieme il nostro fondamentale contatto con il fuori.

Nel selciato uguale
laconici biglietti al muro
doloroso giuoco dell’istigarmi
ad una specie di pace senza rivoltella
degli alberi piantati lì apposta
col loro rivedermi lì in quel lusso
nessuna ragione impedendomi di
vederli poi anche loro aggrapparsi
così penetrabili.

Invero vero che tu non m’ami.

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