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Archivio mensile:ottobre 2011

Via Santo Stefano, Bologna (talia)

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Un vento nero fa frusciare le foglie
che respirano confuse
e una rondine, tremando,
nel cielo oscuro traccia un cerchio.

Il crepuscolo che avanza
discutendo in silenzio
nel mio cuore tenero e morente
con il raggio che per ultimo sparisce.

E sopra il bosco quando fa sera
s’alza una luna di rame;
perché mai così poca musica,
perché mai un tale silenzio?

Osip Mandel’stam

Di Osip Mandel’stam potremmo raccontare molto. Questo molto non è tanto un insieme di dati biografici e storico-letterarii, quanto di suggestioni, scene immaginate, entusiasmi, aria di luoghi mai visti divenuti quasi reali, a forza di pensarci, per il semplice fatto che lui li abbia pronunciati, scritti, in qualche sua poesia. E sono città della Russia o luoghi di confine –e confino, il suo, nomi di monti, boschi o fiumi, nomi di continenti.
Col rimpianto di non saper leggere il russo, ci siamo esposti alla forza adamantina, dura e lucente, della sua lingua, che riesce ad affiorare anche dalle traduzioni, ci siamo esposti alla sua scelta di parole, al suo attingere dalla natura e dal paesaggio in maniera naturalistica e sensoriale, alle sue esclamazioni e alle domande, ai versi che hanno la cadenza ora di moniti ora di profezie, alle descrizioni intuitive, al vocabolario minuzioso degno di un catalogatore, alla lungimiranza epica e alla concretezza del viandante.
Le poesie di Mandel’stam hanno sempre il sapore del viaggio, del movimento di chi si allontana o di chi torna o della stasi tesa di chi è altrove e osserva quello che ha intorno: questo ci piace più di tutto.
E gli ultimi due versi della poesia sopra, di un’esattezza senza tempo e per ogni tempo, anche questo.

E qui un’altra sua poesia:

Stiamocene un po’ in cucina assieme;
l’aria è dolce di bianco cherosene;

un coltello  tagliente e una pagnotta…
Se vuoi, prepara ben bene il fornello;

altrimenti raduna e intreccia corde:
prima dell’alba fa’ una grande sporta;

fuggiamo alla stazione, ad un binario
ove nessuno ci possa trovare.

Ho venti giorni
per fare una rivoluzione: ho
altri venti giorni dopo la rivoluzione
per conoscermi
mio piccolo diario sentenzioso.

Tana per
le fresche menti
le parole,
un pugno
chiuso che le garantisce
la mia più imbattibile ragione d’essere.

Il nemico le strappa le vesti
la felicità è un micro-organismo nell’interno
dell’infelicità

nel cimitero
non sa smettere di essere felice.

Amelia Rosselli (da Documento 1966-1973)

Le prime parole ai muri e dai muri sono quelle di Amelia Rosselli, dalla sua raccolta Documento, una raccolta piena di domande, tentativi di risposta, affermazioni tremanti dell’io, richieste, preghiere imprecanti, indagine ora sottile e leggera ora tremenda, bruciante. C’è un  tu che ricorre spesso in questa raccolta, un indirizzare la propria voce ad un altro. Della Rosselli spesso è stato detto che scrivesse poesie d’amore e lei ancora più spesso ha negato. Non che l’amore non valga o non conti abbastanza per essere detto, anzi l’amore rappresenta un innesco molto potente in poesia, ma il tu della Rosselli ben presto si scioglie nell’universale, nel voi, nel tu sprofondato e diluito nel tempo lungo e ciclico della Storia. La Rosselli allora parla a tutti e per tutti, scegliendo parole talvolta piane ma più spesso spigolose, accostandole in una sintassi quasi intricata, che suona come un canone inverso. Anche l’io perde centralità nei versi di Amelia: pur essendo un io che scandaglia, si legge e si esprime fin nei meandri della solitudine, dell’abbandono, della nevrosi e della disperazione, si trasforma in un momento nell’io-lettore, io-tu, io-mondo ed è così che ogni parola dà la sensazione del sale su un graffio, si sente l’effetto, si comprendono oppure solo si percepiscono il senso e il rimando, ma comunque ogni parola tende a rimanere e finanche a vivificarsi, invece che smorzarsi, nel trascorrere del tempo, pur lontana dalla lirica da cui proviene, dal libro, dall’occhio che legge.
Queste parole abbiamo scelto per questo primo luogo, per i nostri primi muri. La rivoluzione -per antonomasia azione riferita ad una moltitudine- accostata all’idea di un diario, quanto di più vicino all’intimo, all’individuo che narra se stesso, ma un diario anche “sentenzioso”, che giudica. Ogni vita individuale è il primo atto di rivoluzione e ognuno è il primo giudice di sé. Di supporto ci sono quelle “parole” che sono “tana per le fresche menti”, un rifugio, un luogo. Perché le parole sono il nostro primo esserci e insieme il nostro fondamentale contatto con il fuori.

Nel selciato uguale
laconici biglietti al muro
doloroso giuoco dell’istigarmi
ad una specie di pace senza rivoltella
degli alberi piantati lì apposta
col loro rivedermi lì in quel lusso
nessuna ragione impedendomi di
vederli poi anche loro aggrapparsi
così penetrabili.

Invero vero che tu non m’ami.

Sulla porta del gabinetto di un locale in Via Gerusalemme, Bologna (Italia)

Le parole ci catturano. Ogni luogo umano è segnato dal linguaggio, da una forma di esso. Ogni segno, o agglomerato di segni -e per segno intendiamo in questo caso grafema- costituisce il suggerimento di una condizione afferente ai nostri cinque sensi. Andiamo in giro per le città, per i luoghi, a raccogliere segni come pezzi di legna per il fuoco. Pensiamo al "necessario".